10 marzo, i tibetani di tutto il mondo hanno commemorato l’anniversario della rivolta tibetana contro l’occupazione cinese. La Comunità tibetana in Italia e l’Associazione Donne Tibetane in Italia, insieme a varie associazioni pro-Tibet, hanno organizzato una manifestazione pacifica a Roma, in Via di San Nicola de' Cesarini, alla quale hanno partecipato anche vari rappresentanti delle associazioni.
I partecipanti non solo hanno commemorato il 67° anniversario della rivolta, ma hanno anche manifestato contro il regime cinese per la mancanza di diritti umani in Tibet e per altri diritti fondamentali di base.
Durante la manifestazione hanno cantato l’inno nazionale tibetano, la canzone commemorativa del 10 marzo e hanno recitato il “Dhentsik Monlam”, la preghiera della verità.
Nel corso della manifestazione sono intervenuti diversi testimoni che hanno espresso il loro sostegno alla causa tibetana.
IL GENOCIDIO CULTURALE E DISTRUZIONE IN TIBET PEGGIORA OGNI GIORNO DALLA SPIETATA POLITICA DI CINA
Le cause dell’insurrezione del 1959 e le ragioni della manifestazione di oggi sono le seguenti:
• Nel 1950 la Cina ha invaso il Tibet e nel 1959 ha occupato una nazione libera e indipendente.
Il Tibet, mai nella storia stato parte integrale della Cina, in nessuna dinastia storica della Cina.
• Dal 1959 ad oggi il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio hanno formulato diverse proposte di pace e di compromesso sempre rigettate dalla Repubblica Popolare Cinese.
• Oltre il 90% del patrimonio culturale tibetano è andato distrutto e milioni di tibetani massacrati dai comunisti Cinese dal 1959.
• Lo sviluppo economico in atto in Tibet in seguito all’occupazione arreca benefici quasi esclusivamente ai coloni cinesi e non ai tibetani.
• La repressiva linea politica attuata da Pechino minaccia la sopravvivenza dell’identità tibetana abolendo l’insegnamento ed uso della lingua tibetana, controllando e limitando le attività religiose e preservando superficialmente aspetti esteriori culturali solo per motivi propagandistici e turistici.
• La Cina continua ad arrestare migliaia di dissidenti: monaci, artisti e studiosi che sono detenuti in campi di lavoro forzato, torturati e uccisi. Tutto questo negli ultimi anni ha prodotto il sacrificio di 158 tibetani che si sono dati fuoco per protesta.
• La Cina non frena la distruzione ambientale dell’altopiano tibetana: deforestazione selvaggia, sfruttamento intensivo del terreno e delle risorse minerali, contaminazione dei fiumi a seguito delle scorie industriali e del loro sfruttamento come fonte di energia elettrica, come il devastante progetto della superdiga di DEGE nella prefettura di Kardze, Sichuan (Kham). La diga sbarrerà il fiume Brahmaputra in uno dei terreni più tellurici del mondo e in un’area ritenuta a lungo impraticabile, ma non per le truppe cinesi. La costruzione della diga cancellerà interi villaggi e sei antichi monasteri tibetani. Oltre mille persone sono state arrestate per protestare contro il progetto.
• Le proposte ragionevoli di arrivare attraverso il dialogo alla definizione e implementazione di
una genuina autonomia per il popolo tibetano, rimangono ancora inascoltate.
CHIEDIAMO AL MONDO
Comunità Tibetana in Italia, Comitato Pro Tibet, Associazione Donne Tibetane in Italia e tutte le associazioni aderenti denunciano con indignazione il continuo oltraggio al popolo tibetano e alla sua cultura e il silenzio complice e vergognoso dei governi e di molti media, impassibili di fronte a questo dramma senza fine. Chiedono alla stampa, ai politici, al mondo della cultura e alla società civile che guarda anche al nostro domani, di prendere posizione nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e della sua inaccettabile politica in Tibet.
Chiediamo inoltre:
di riprendere il dialogo con i rappresentanti di Dalai Lama per giungere finalmente ad un accordo che consenta una autentica libertà religiosa e la salvaguardia della cultura e dell’identità nazionale delle popolazioni del Tibet.
di permettere nelle scuole di ogni ordine e grado, un effettivo studio dei differenti aspetti della civiltà tibetana.
di chiudere gli istituti scolastici “residenziali” per i bambini tibetani obbligati a completare gli studi nella lingua mandarina (cinese) che favorisce la loro assimilazione alla cultura han e alla graduale perdita della loro peculiare identità tibetana.
di fermare immediatamente l’estrazione mineraria, la costruzione di dighe e la distruzione dell’ambiente naturale in Tibet, salvaguardando ecosistemi, biodiversità, risorse idriche e terre incontaminate minacciate da attività industriali dannose e interventi irresponsabili.
di chiedere a Xi Jinping e il suo governo di riprendere dialogo per risolvere il conflitto tra Cina e Tibet a fine di raggiungere un accordo pacifico e favorevole per entrambe le parti finche la guida lungimirante di S.S. il Dalai Lama è in vita.